martedì, 02 ottobre 2007

Amleto principe della vendetta: lo sguardo di Zeffirelli

AmletoUn castello medievale su una scogliera. Il mare e il cielo: tutto è di un azzurro soffuso. L’inquadratura si stringe, la macchina da presa si avvicina al castello. Ai suoi piedi, un corteo funebre. Una dissolvenza ci trasporta in un buio sotterraneo dove una regina piange sulla tomba di un uomo – una scritta in sovrimpressione ci avverte che siamo nel castello di Elsinore, in Danimarca. Entra in scena Amleto. Non ne vediamo il volto, ma solo il braccio che getta il primo pugno di terra sul morto, indugiando, granello su granello. La telecamera si sposta orizzontalmente, risale lungo il braccio fino a inquadrare un uomo incappucciato che si accinge a voltarsi. Mentre si volta e noi riconosciamo Mel Gibson, una voce lo chiama “Amleto”.

L’Amleto che ha il volto di Gibson è un uomo d’azione, magari non un guerriero nerboruto, ma sicuramente uno scaltro stratega, al quale resta poco tempo per i famosi dubbi. Non manca il celebre monologo “essere o non essere”, ma qui significa chiaramente: agire o non agire? Dal momento in cui incontra il fantasma di suo padre, l’azione di Amleto e anche le sue riflessioni sono tese come un arco verso l’obiettivo della vendetta. Armato di rabbia, Amleto è una bomba a orologeria.

Le inquadrature di Zeffirelli rifiutano la claustrofobia del castello, la telecamera si muove vivace e indugia sui particolari, ignorando le regole compositive di un palcoscenico teatrale. Il montaggio è elegante, ma senza riposo: le inquadrature si susseguono con dissolvenze e stacchi continui, mostrando da vari punti di vista personaggi e azioni. Il testo shakespeariano è la base, ma la sceneggiatura è liberamente abbreviata, le battute sono spostate da una scena all’altra, le ambientazioni interpretate con fantasia, moltiplicando le scene e sfruttando anche gli spazi esterni. Tra il linguaggio delle immagini e quello verbale, Zeffirelli sceglie le immagini.

Il film è di ampio respiro, vicino allo Shakespeare poeta universale, ma vicino anche a noi nonostante sia ambientato nel Medioevo danese. La scenografia curata da Dante Ferretti e i costumi di Maurizio Millenotti riportano in vita l’epoca con assoluta fedeltà: Glenn Close con le lunghe trecce e la veste bianca sembra uscita da un quadro fiammingo. E sull’iconografia medievale gioca molto anche la fotografia: della buia scena di lutto, ai paesaggi ampi che si estendono intorno al castello. Le musiche di Ennio Morricone accompagnano suggestivamente, ma con discrezione, le scene.

Riferimenti cinematografici

  • Franco Zeffirelli, Amleto, 1990

Sinteticamente:  universale 8

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giovedì, 27 settembre 2007

Il teatro dentro il cinema: la rigidità di Branagh

HamletLaerte (Michael Maloney) raccomanda a Ofelia (Kate Winslet) di essere prudente con Amleto e di non fidarsi delle sue promesse: il saluto dei due fratelli è ripreso con una inquadratura unica, un piano medio che segue i loro spostamenti in giardino attraverso un carrello dal movimento uniforme. Non c’è spazio per inquadrature d’ampio respiro nel giardino del castello di Elsinore: le figure dei protagonisti troneggiano e gli orizzonti sono chiusi. I volti degli attori  sono tutto. Questa sequenza è un esempio di come nel suo Amleto  Kenneth Branagh pieghi il mezzo cinematografico a un linguaggio teatrale, piuttosto che fare il contrario.

Se diamo un’occhiata alla biografia del regista capiamo immediatamente la ragione di questo suo sguardo. Branagh, irlandese, nasce come attore teatrale, per di più a ventitre anni entra a far parte della Royal Shakespeare Company e ben presto fonda la Renaissance Theatre Company. La sua filmografia rappresenta, almeno in parte, un tentativo di avvicinare il pubblico di massa a Shakespeare.

Niente allegerisce la verbosità shakespeariana: la rovescia interamente nella sceneggiatura, senza permettersi di tagliare nessuna scena e nessuna battuta. È una scelta che si ripercuote sulla forma e sulla durata dell’opera, decisamente poco cinematografiche. Shakespeare poteva disporre solo del palcoscenico: per questa ragione, spesso, le azioni più complesse sono descritte dai protagonisti, che fanno da testimoni. Ma il cinema non dovrebbe spiegare con le parole, ma mostrare con le immagini. L’effetto complessivo del film è quello di una pesante assenza di silenzio: i personaggi sono sopraffatti dalle parole shakespeariane, le immagini sono ricoperte di didascalie. Le inquadrature hanno una composizione statica accentuata dalle movenze teatrali dei personaggi. I risultati più felici sono dati da movimenti di camera impossibili per lo sguardo di uno spettatore a teatro: quando Branagh tradisce la sua vocazione, l’efficacia delle immagini veicola significati importanti. È quello che accade con l’entrata in scena di Amleto

Veniamo alle scelte più originali. Vergine o meno, Kate Winslet è un’Ofelia fuori dal canone, donna sensuale piuttosto che adolescente casta. È più Laura che Beatrice, se vogliamo vederla come donna angelicata. La sua pazzia è oscena, traboccante di espliciti riferimenti sessuali. Amleto, al contrario, è più che mai fedele alle rappresentazioni più tradizionali: intellettuale, uomo di pensiero più che d’azione. Una scelta fuori dal comune riguarda l’ambientazione. Costumi e scenografie non hanno niente a che vedere con il Seicento, ma ricordano le atmosfere romantiche dell’Ottocento. Marmi bianchi e neri nel castello maestoso, eserciti moderni armati di moschetti, corsetti e larghe gonne per le signore: non ci sono dubbi sul fatto che l’epoca rappresentata sia più vicina alla nostra che a quella del bardo inglese. Una scelta non filologica, che probabilmente è un tributo alla rivalutazione dei drammi shakespeariani che contrassegnò il Romanticismo.

Riferimenti cinematografici

  • Kenneth Branagh, Amleto, 1996

Sinteticamente:  noia teatrale 5 e 1/2

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