giovedì, 17 gennaio 2008

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford: interpretazione del mito

LJesse James era un bandito, un fuorilegge sanguinario diventato una leggenda vivente del West. Il selvaggio West... perchè il West non può che essere selvaggio: pistoleri dalla faccia di bronzo e l'andatura spavalda, treni dergliati, campi di grano gialli. Una serie di immagini vengono spontaneamente evocate, sbucano da strati superficiali di immaginario cinematografico.

LL'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford rianima con un soffio vitale le figurine cartonate dei pistoleri. In quel mondo lontano si staglia il ritratto a tuttotondo di due uomini: Jesse James, antieroe eroicizzato dai media, e il giovane Robert Ford, ammiratore/emulatore innamorato e invidioso. Una storia intensa, dalla cadenza epica, che racconta senza fretta le crudeli gesta di Jesse James e la sua vita quotidiana, che svolge con finezza impeccabile l'ambigua matassa del rapporto tra i due uomini - amicizia/solitudine, sincerità/segreto, amore/odio, ammirazione/repulsione, fiducia/sfiducia. Inquadrature panoramiche, spazi ampi, silenzi, tempi dilatati: il film ci conduce in un altrove già visto eppure nuovo. Le immagini sfocate ci trasportano in un tempo storico e mitico, il lirismo del paesaggio trasmette un vuoto esistenziale.

Raccontata da una voce fuoricampo in terza persona, la storia è guardata attraverso gli occhi di RobertJesse James Ford - interpretato da un sorprendente Casey Affleck che oscura Jesse James/Brad Pitt. Il punto di vista ci rende complici, nostro malgrado, dell'assassinio, complici dell'invidia e di una sottile paura. Robert non teme di morire, teme di non essere abbastanza grande. Robert è troppo giovane per sapere che il suo gesto non gli porterà la gloria, per sapere che la foto di Jesse morto diventerà un'icona. E quando cresce abbastanza per capirlo è troppo tardi: è già diventato il codardo Robert Ford.

Davvero notevole.

Riferimenti cinematografici:

  • Andrew Dominik, L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, 2007

Sinteticamente:  introspettivo 8

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lunedì, 15 ottobre 2007

Braveheart: un impavido eroe scozzese

BraveheartBraveheart è il secondo film diretto da Mel Gibson, un film epico che racconta la storia di un uomo che con il suo carisma riuscì a risvegliare l'orgoglio scozzese.

William Wallace è stato un patriota tra storia e leggenda. Realmente esistito, le sue vicende si perdono nei racconti eroici scritti secoli dopo la sua morte. Un uomo del popolo, come vuole la tradizione, vissuto seguendo l'ideale della libertà, dell'indipendenza dagli inglesi e dal sistema feudale.

Il film comincia cogliendo il piccolo Wallace nel momento in cui rimane orfano: uno zio lo porta a vivere con sé. Di quel periodo ci è dato di sapere soltanto che il piccolo sarà educato e istruito; al suo ritorno al villaggio al villaggio, tutto quello che vorrebbe è vivere in pace. Ma quando l'esercito inglese uccide sua moglie, lui non può più rifiutare di vestire i panni del guerriero: riprende l'eredità del padre e il valore della libertà e comincia a combattere. Il ritratto di Wallace è morale, quasi agiografico: le sue azioni rivelano i suoi ideali e la sua coscienza cristallina, nonostante il sangue che all'occorrenza fa scorrere. Mel Gibson interpreta il ruolo con passione, è un Wallace muscoloso e affascinante. In qualche caso il regista/attore non resiste a dipingersi con l'iconografia cristiana: umiliato dalla folla e poi in croce, ma sempre coerente e integerrimo. Notevole le interpetazione di Patrick McGoohan nei panni del re e di James Robinson, che interpreta Wallace da piccolo.

Un bel film - e non c'è tanto bisogno che lo dica io, se vinse l'Oscar come miglior film nel '95: non annoia nonostante la lunghezza, in varie scene commuove, meraviglia con i verdi paradisi scozzesi e diverte persino - stupendi Stephen, il soldato irlandese, e Hamish, l’amico d’infanzia di Wallace, nel vestire i ruoli di aiutanti anti-eroici. Studiati molto bene i rapporti tra i personaggi, che attraverso disegni diadici ne rivelano la psicologia: la dinamica tra Robert the Bruce e suo padre, tra la debolezza del primo e il calcolo del secondo; il confronto tra le due donne di Wallace; il rapporto tra il protagonista e Robert the Bruce sugellato da tradimento e pentimento... I dialoghi sono belli ed incisivi, come possono esserlo le parole ispirate a valori saldi. Eppure l'intensità emozionale, non oltrepassa la mia personale barriera e resta diluita nel corso dell'intera visione - ennesima prova della mia insensibilità.

Riferimenti cinematografici

  • Mel Gibson, Braveheart, 1995

Sinteticamente:  avventuroso 7 e 1/2

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lunedì, 10 settembre 2007

Io non sono qui: ieri oggi e domani in una stanza

IC’era una volta Bob Dylan… Sospesa tra la biografia e l’immaginazione, tra i testi delle sue canzoni e la leggenda, questa ipotesi di Todd Haynes sulla vita del leggendario cantante è un immaginifico pathwork di racconti.

Marcus Carl Franklin è Woody, un piccolo musicista vagabondo.

Ben Whishaw è il poeta. Maledetto, riflessivo, schivo.

Richard Gere è un cow-boy latitante, che vive in una cittadina travolta dallo sviluppo.

Heath Ledger è l’attore ribelle. È la storia di un amore. E poi è soprattutto la storia di un matrimonio che agonizza e muore.

Christian Bale è Jack, cantante idealista, che ha travolto una generazione e portato il  folk nell’olimpo dei generi commerciali. Ma l’idealismo viene presto rovesciato e il Jack abbandona le luci del successo per la luce divina.

E infine, l’altissima Cate Blanchet. Androgina nel suo corpo magrissimo. È il Bob Dylan che si allontana dal suo pubblico, chiudendosi in un nichilismo disperato. È la solitudine, l’anticonformismo, l’irriverenza. È la vita da star tra hotel cinquestellati e party glamour. Con un degno contorno di paparazzi, giornaliste imbellettate, Beatles rappresentati come una banda di marmocchi. Cate Blanchet interpreta il personaggio con più spessore, ma anche il più inafferrabile.

Della colonna sonora è superfluo dire. Difficile distinguere tra la voce di Dylan e quella dei grandi musicisti chiamati a interpretarne le canzoni: Eddie Vedder, Tom Verlaine, Stephen Malkmus. Le canzoni come specchi con cui interpretare l'artista e come punto di partenza per storie e riflessioni.

Questo film è onirico e felliniano – il circo, la festa di halloween – è un’overdose di immagini dentro il gioco continuo di citazioni e impertinenza di Todd Haynes, che, come in Velvet Goldmine, si diverte a rappresentare il mondo dello spettacolo tra perdizione e godimento. Continui flash lynchani frammentano il montaggio e tolgono il fiato. Un affascinante labirinto di immagini e suoni, che però non raggiunge la capacità di seduzione visiva del film sul glam rock. Qualcosa manca per coinvolgere lo spettatore non solo con la testa, ma anche con la pancia. Qualcosa, alla fine, lascia ancora perplessi, come sospesi nel dubbio: che cosa ho visto?

Riferimenti cinematografici

  • Todd Haynes, Io non sono qui, 2007

Sinteticamente:  immaginifico 7 e 1/2

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martedì, 17 luglio 2007

Fur: come resistere al fascino gotico?

FurSublime: sensuale e rivoltante. Un'amicizia, una storia d'amore, l'illuminazione di una vita. Percorsi onirici, tra conigli bianchi e una donna che, come Alice in un terribile Paese delle Meraviglie, impara a seguire la propria inclinazione per l'orrido. Una donna che supera le costrizioni morali e scopre un intero mondo.

Diane Arbus fu, fino al suo scenografico suicidio, una fotografa trasgressiva e inquitante, che, uscita dalle pareti di bambagia della sua vita borghese, dedicò la sua vita all'America Freak. [Si fece ispirare, tra l'altro dal film di Tod Browning]. Il film di Steven Shainberg è un ritratto potente e sensibile: la sua forza si trova proprio nell'incentrarsi su fatti mai avvenuti. Così il regista ha potuto sovrapporre le sue fantasie e le sue ombre a quelle della protagonista. Il risultato è profondo e sconvolgente.

Dialoghi incisivi, ma usati con la giusta misura. Recitazione ottima. E non mi riferisco solo all'ovvia star Nicole Kidman, ormai specializzata in dark ladies, penso anche a Ty Burrel che interpreta il marito tra incapacità di arginare la moglie, inquietudine e amore. O alle bambine (Emmy Clarke e Genevieve McCarthy), ritratti complementari ed efficaci dell'infanzia turbata. Immersioni nei ricordi onirici di Diane: dice molte cose, senza usare parole, la sequenza in cui lei da bambina guarda un morto in una bara e la madre si affretta a metterle una mano sul viso. Quella mano arriva a coprire lo sguardo dello spettatore, ma non ne smorza la curiosità.

Ecco un film che colpisce, ecco un film che per due ore ti tiene attaccato lo spettatore a un diluvio di immagini orribili e affascinanti. Tocca due corde opposte e complementari: desiderio e disgusto, amore e orrore, così lo spettatore si trova invischiato nello stesso doppio turbine che avvolge la protagonista.

... Poi ho letto la recensione di Honeyboy: e anche stavolta siamo agli antipodi, ma fa tutto parte del gioco!

Ipse dixit:

  • Dimmi perché ti piace.
  • Perché mi fa paura.

Riferimenti cinematografici

  • Steven Shainberg, Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus, 2006

Sinteticamente:  il fascino di eros e thanatos 8 e 1/2

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giovedì, 19 aprile 2007

Velvet Goldmine: note glamour nell'aria

velvetgoldmineImmaginate un'epoca edonista, decadente, fatta di apparire più che di essere. Immaginate una vita fatta di feste e immagine, di fumerie e di sesso. Immaginate ora un'arte totale, fatta di musica e teatro, di atmosfere e di moda, un'arte che coincida con la vita dell'artista e l'artista come un essere divino. Immaginate questo, e pensate una linea di collegamento ideale che vada dal decadentismo di fine Ottocento al glam rock di fine Novecento. Ciò di cui vi parlo è la splendida lettura del fenomeno glam del regista Todd Haynes con Velvet Goldmine. Un film che ci immerge in un mondo di sembrare in cui vorremmo davvero cadere e che ci fa assaggiare il sapore della celebrità attraverso le vite di Brian Slade (il bellissimo  Jonathan Rhys Meyers) e Curt Wild (interpretato da Ewan McGregor), che rappresentano, in maniera non troppo celata, David Bowie e Iggy Pop. Il regista, però, non dimentica di mostrarci anche il retro della medaglia: le trame commerciali dello star system, le nevrosi dei protagonisti, travolti da un successo distruttivo oltre che molto attraente. Haynes, insomma, ci affascina con il racconto di una straordinaria epoca di sogni, attraverso una colonna sonora che ci riporta indietro nel tempo e una fotografia che ci ridà i fasti degli spettacoli glam, e in parte ci mette in guardia verso quelli che sono i meccanismi economici sottesi alla musica e in generale all'arte. L'occhio della telecamera è spietato, tanto che David Bowie si rifiuta di concedere il diritto sull'uso del suo nome al regista, che proprio per questo adotterà degli pseudonimi (e in effetti il protagonista, Brian, è il personaggio che cade più in basso nella vicenda).

Ed eccoli, gli anni '70 a Londra. La città è invasa dall'onda del glamour: paillettes, lustrini e tutto quanto scintilla... e poi pellicce vistose, scarpe con zeppe vertiginose, rimmel e trucco stravagante, capelli pieni di brillantina o colorati con le nuances più inverosimili. Tutta una sfilata dell'eccentrico, un'esibizione urlante di accessori alla moda. Siamo all'antitesi del '68 di protesta.

Dietro un fenomeno musicale: il glam rock. E al centro del fenomeno lui: David Bowie. Assurto a idolo con un'abile manovra dello star system. Veniva dalla provincia londinese, David Jones (questo il suo vero nome), e mirava in alto. Aveva iniziato la sua carriera a metà degli anni '60, nei '70 era salito ai vertici delle classifiche con i suoi album psichedelici e sperimentali. Le sue performances sul palco facevano impazzire i fans: era trasformista, immaginifico e teatrale, il palco era la sua ara e lui era il dio. La fibrillazione londinese attraversa l'oceano incontrando, sull'altra sponda, le energie di un eroe maledetto: Iggy Pop. I concerti della sua band, gli Stooges, erano molto diversi da quelli del cantante inglese: l'uno controllava nel dettaglio le scenografie e gli aspetti estetici, gli altri si lasciavano andare sul palco a gesti masochisti e inconsueti. Fuori dal palco, poi, Iggy era rissoso e incontrollabile. Il suo segno distintivo era una musica graffiante e coinvolgente, le sue canzoni puro rock, spesso urlato, più che cantato, con la sua voce gutturale e secca. Questa scatenata rock star, storicamente orgogliosa dei suoi pettorali, aveva attraversato a più riprese seri problemi con l'eroina, dai quali l'aveva tirato fuori, deus ex machina, proprio lui: l'amico Bowie, col quale pare abbia avuto una relazione omosessuale (ma da anni i due, a turno, smentiscono il gossip). Nel 1977 entrambi si trasferiscono a Berlino. Dove Iggy pubblica i primi due album da solista: The Idiot e l'indimenticabile Lust for Life, il cui singolo si ritrova in Trainspotting (di cui ha curato la colonna sonora nel 1998); e dove Bowie si dà alla sperimentazione elettronica con Low, raggiungendo la seconda posizione nelle classifiche UK.

E il fascino di questa faccia degli anni '70, così come il fascino del film di Haynes, sta nel riportarci, da un'epoca di disincanto e d'impegno a una d'incanto e disimpegno. Forse, a volte, abbiamo solo bisogno di un sogno, non di un'utopia.

Riferimenti cinematografici

  • Todd Haynes, Velvet Goldmine, 1998

Sinteticamente:  Molto bello. 9

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