Immaginate un'epoca edonista, decadente, fatta di apparire più che di essere. Immaginate una vita fatta di feste e immagine, di fumerie e di sesso. Immaginate ora un'arte totale, fatta di musica e teatro, di atmosfere e di moda, un'arte che coincida con la vita dell'artista e l'artista come un essere divino. Immaginate questo, e pensate una linea di collegamento ideale che vada dal decadentismo di fine Ottocento al glam rock di fine Novecento. Ciò di cui vi parlo è la splendida lettura del fenomeno glam del regista Todd Haynes con Velvet Goldmine. Un film che ci immerge in un mondo di sembrare in cui vorremmo davvero cadere e che ci fa assaggiare il sapore della celebrità attraverso le vite di Brian Slade (il bellissimo Jonathan Rhys Meyers) e Curt Wild (interpretato da Ewan McGregor), che rappresentano, in maniera non troppo celata, David Bowie e Iggy Pop. Il regista, però, non dimentica di mostrarci anche il retro della medaglia: le trame commerciali dello star system, le nevrosi dei protagonisti, travolti da un successo distruttivo oltre che molto attraente. Haynes, insomma, ci affascina con il racconto di una straordinaria epoca di sogni, attraverso una colonna sonora che ci riporta indietro nel tempo e una fotografia che ci ridà i fasti degli spettacoli glam, e in parte ci mette in guardia verso quelli che sono i meccanismi economici sottesi alla musica e in generale all'arte. L'occhio della telecamera è spietato, tanto che David Bowie si rifiuta di concedere il diritto sull'uso del suo nome al regista, che proprio per questo adotterà degli pseudonimi (e in effetti il protagonista, Brian, è il personaggio che cade più in basso nella vicenda).
Ed eccoli, gli anni '70 a Londra. La città è invasa dall'onda del glamour: paillettes, lustrini e tutto quanto scintilla... e poi pellicce vistose, scarpe con zeppe vertiginose, rimmel e trucco stravagante, capelli pieni di brillantina o colorati con le nuances più inverosimili. Tutta una sfilata dell'eccentrico, un'esibizione urlante di accessori alla moda. Siamo all'antitesi del '68 di protesta.
Dietro un fenomeno musicale: il glam rock. E al centro del fenomeno lui: David Bowie. Assurto a idolo con un'abile manovra dello star system. Veniva dalla provincia londinese, David Jones (questo il suo vero nome), e mirava in alto. Aveva iniziato la sua carriera a metà degli anni '60, nei '70 era salito ai vertici delle classifiche con i suoi album psichedelici e sperimentali. Le sue performances sul palco facevano impazzire i fans: era trasformista, immaginifico e teatrale, il palco era la sua ara e lui era il dio. La fibrillazione londinese attraversa l'oceano incontrando, sull'altra sponda, le energie di un eroe maledetto: Iggy Pop. I concerti della sua band, gli Stooges, erano molto diversi da quelli del cantante inglese: l'uno controllava nel dettaglio le scenografie e gli aspetti estetici, gli altri si lasciavano andare sul palco a gesti masochisti e inconsueti. Fuori dal palco, poi, Iggy era rissoso e incontrollabile. Il suo segno distintivo era una musica graffiante e coinvolgente, le sue canzoni puro rock, spesso urlato, più che cantato, con la sua voce gutturale e secca. Questa scatenata rock star, storicamente orgogliosa dei suoi pettorali, aveva attraversato a più riprese seri problemi con l'eroina, dai quali l'aveva tirato fuori, deus ex machina, proprio lui: l'amico Bowie, col quale pare abbia avuto una relazione omosessuale (ma da anni i due, a turno, smentiscono il gossip). Nel 1977 entrambi si trasferiscono a Berlino. Dove Iggy pubblica i primi due album da solista: The Idiot e l'indimenticabile Lust for Life, il cui singolo si ritrova in Trainspotting (di cui ha curato la colonna sonora nel 1998); e dove Bowie si dà alla sperimentazione elettronica con Low, raggiungendo la seconda posizione nelle classifiche UK.
E il fascino di questa faccia degli anni '70, così come il fascino del film di Haynes, sta nel riportarci, da un'epoca di disincanto e d'impegno a una d'incanto e disimpegno. Forse, a volte, abbiamo solo bisogno di un sogno, non di un'utopia.
Riferimenti cinematografici
- Todd Haynes, Velvet Goldmine, 1998
Sinteticamente:
Molto bello. 9
Lilith1984 ha raccolto queste idee nell'iperuranio |
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