mercoledì, 06 febbraio 2008

Irina Palm: fin dove arriva l’amore

Irina Palm 2Graffiante, controcorrente, intollerabilmente sfacciato. Un film delizioso, che non si confonde nella miriade piatta di trame sentimentali-drammatiche (o drammatico-sentimentali).
Di che cosa parla?
Siamo a Londra, - l’altra Londra, verrebbe da dire, quella che si trova oltre la scintillante vitalità della City, nei sobborghi periferici - Maggie (l’incantevole Marianne Faithfull) è una donna sulla sessantina la cui vita gira intorno a quelle del nipote, Olly (Corey Burke), affetto da una malattia gravissima. L’unico barlume di speranza è una nuova cura per la quale, però, è necessario trasferirsi in Australia: il che va molto oltre le possibilità economiche della famiglia. Maggie cerca prestiti, cerca un lavoro… ma a sessant'anni è difficile iniziare una carriera. L’unica opportunità che le si offre è quella di fare seghe (sì… proprio di masturbare gli uomini) in un localino di Soho attraverso un buco in una parete. E così inizia la sua avventura come Irina Palm…

Irina Palm 1Sin dalla trama è evidente la portata eversiva del film, che butta all’aria ogni perbenismo per lanciare un messaggio positivo: il sacrificio, l’abnegazione per amore sono sacri e si possono spingere oltre ogni limite. E mentre il figlio di Maggie (il lagnosetto Kevin Bishop) non riesce ad accettare il dono della madre, dopo averne scoperto l’origine, è un’altra donna, la nuora (Siobhan Hewlett, bellezza d'altri tempi), colei che comprende e mostra sincera gratitudine verso la suocera (che, in quanto suocera, ha spesso malsopportato). Feroce la rappresentazione dell’ipocrisia mostrata dalle compagne di bridge di Maggie (con tanto di chicca sul finale che preferisco non svelarvi), di fronte alla quale lei reagisce con dignità e sfida.
Irina PalmLe battute taglienti dipanano la contraddizione tra ingenuità e provocazione in un percorso che va dal sentimentalismo all’oscenità (e ritorno). Un film sul coraggio di una donna, ma anche sull’intreccio dei rapporti umani in cui la protagonista è immersa: rapporti superficiali e ipocriti oppure difficili, fatti di silenzi o di complicità che ben presto si sciolgono in ostilità.

Eppure… (a voler essere pignoli)
C’è qualcosa che non funziona: la sceneggiatura mal oliata, l’impianto narrativo anti-hitchcockiano in cui gli elementi mostrati non necessariamente hanno una funzione. I personaggi entrano e poi si disperdono, dietro alcuni subplot si nascondono vicoli ciechi, i percorsi narrativi si sviluppano in modo acerbo, elidendo preamboli o allungando i tempi.
Infine, sicuramente non ricorderemo Irina Palm per la regia, un po’ ingenua, ma si tratta indubbiamente di un film molto interessante.

Riferimenti cinematografici

Sam Garbarski, Irina Palm, 2007

Sinteticamente:  sfacciato 7 e 1/2

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mercoledì, 23 gennaio 2008

La musica nel cuore - August Rush... sorpresa!

La musica nel cuore - August RushSono andata al cinema un po' scettica, diciamo che il trailer non era male, ma non mi aspettavo granché - ovviamente c'era Jonathan Rhys Meyers che poteva valere da solo il prezzo del biglietto. Insomma mi sono detta: proviamo questo filmetto leggero per il sabato sera. Ne sono uscita con gli occhi umidi.

Non c'è niente da fare: Kirsten Sheridan (la figlia di quel Jim Sheridan di Nel nome del padre...) colpisce diritta allo stomaco, tocca i nostri migliori sentimenti, fruga là dove si annida l'orfano che vive in noi e rimapasta la vecchia storia dell'amore impossibile alla Giulietta e Romeo. E tutto questo funziona sin troppo bene. Per quasi due ore si resta invischiati in questa fiaba moderna strappalacrime. L'atmosfera surreale, le musiche che si insinuano nel ritmo cardiaco fanno di questa commedia un film gradevole.
La musica nel cuoreNel corso di una notte galeotta a NY due giovani musicisti, Jonathan Rhys Meyers e Keri Russel (che sembra una Nicole Kidman più sbarazzina e giovane), si innamorano e concepiscono un bambino (il film è per famiglie, quindi del concepimento non si vede niente). Il frutto del loro breve amore è il piccolo August Rush (Freddy Highmore, lo stesso che ha interpretato Neverland e La fabbrica di cioccolato) che crescerà in orfanotrofio con un talento naturale per la musica - roba che manco Mozart! Come il piccolo riuscirà a usare il suo talento per riunire la sua famiglia lo lascio alla magia dello schermo, aggiungo solo che non dovreste perdervi un Robin Williams nella parte dell'orco nevotico.

Riferimenti cinematografici:

  • Kirsten Sheridan, La musica nel cuore - August Rush, 2007

Sinteticamente: 7 e 1/2 emozionante

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martedì, 16 ottobre 2007

Little Miss Sunshine: la famiglia anti-Mulino Bianco

Little Miss SunshineNella famiglia di Olive sono tutti un po' fuori di testa: il nonno eroinomane, un ragazzo che non parla da nove mesi - ha fatto un fioretto, ispirandosi ai baffoni di Nietzsche. La mamma (Tony Colette, che vorrei vedere più spesso sul grande schermo) è l'unica che cerca di creare un po' di equilibrio, nonostante il carattere nevrotico. Gli uomini adulti si trovano ai due poli opposti: lo zio, professore unversitario gay e fallito, che non è riuscito nemmeno nell'intento di suicidarsi, e il padre di famiglia irritante, inopportuno, saccente, vuole vendere la sua teoria infallibile sul successo (che pare non funzionare proprio per lui)... si odiano? Da morire, ma si incontrano, quando arriva per entrambi il momento più basso e umiliante. E poi c'è lei, l'aspirante miss: la piccola Olive è paffuta e buffa e dietro quei grandi occhialoni (nessun commento please, perché alla sua età ne avevo un paio simile) non assomiglia affatto alle bambine/bamboline da concorso. Lei riunisce tutta questa stramba famiglia nell'inseguimento di un sogno: la coroncina di Little Miss Sunshine.

E allora eccoli che partono sul pulmino tutto scassato - perché un viaggio in aereo non se lo possono permettere. Nel corso del viaggio succede di tutto: situazioni bizzarre, morti, rovesciamenti. I dialoghi sono deliziosi, in equilibrio tra la malizia infantile e le ipocrisie degli adulti. La commedia percorre con un ottimo ritmo le strade degli Stati Uniti e ognuno dei protagonisti impara qualche cosa: il viaggio li cambia. E il finale... è a dir poco liberatorio, c'è da restare storditi dalle risate!

Riferimenti cinematografici

  • Jonathan Dayton - Valerie Faris, Little Miss Sunshine, 2006

Sinteticamente:  commedia deliziosa 8

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lunedì, 08 ottobre 2007

Funeral Party: black british humor

Funeral PartyFuneral party è una commedia molto british (quasi indie direi, ma verrei capita solo da una persona): attorno alla morte si addensano dialoghi frizzanti, battute infilate una dietro l’altra e situazioni che vanno persino oltre il paradosso. Scorre leggera per 90 minuti, prendendo di mira la famiglia, le relazioni affettive e le apparenze. A partire dalla vedova sofferente e attenta alla forma, fino ai figli del defunto, in contrasto su tutto, tranne che sulla difesa della facciata.
 
L’umor nero dipinge le tinte dei dialoghi e fin dal titolo sappiamo che non può che essere così. La sala risuona delle risate della gente, tanto che sembra il sottofondo di una fiction americana. Eppure, quando esco, ho come l’impressione che al film manchi un quid. Ci rifletto: tutti i fili narrativi si chiudono, tutti i personaggi rispondono a una caratterizzazione riconoscibile, anche se non rigida. Forse quello che non mi convince è la prevedibilità degli esiti di certe gag, o forse mi aspettavo più cinismo. Comunque un film gradevole, in incredibile equilibrio tra raffinatezza e grossolanità.
Esilaranti le prestazioni di alcuni attori: tra tutti il nano gay, Peter Dinklage, e un Alan Tudyk sotto effetto di stupefacenti..

Riferimenti cinematografici

  • Frank Oz, Funeral Party, 2007

Sinteticamente:  nero ridens 7 e 1/2

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mercoledì, 03 ottobre 2007

Dalla tragedia alla commedia – e ritorno: Stoppard

Rosencrantz e Guildenstern sono mortiEra il 1967 quando al Festival di Edimburgo fu rappresentata la prima assoluta di una tragicommedia scritta dal commediografo inglese Tom Stoppard. Si intitolava Rosencrantz e Guildenstern sono morti, da un verso dell’Amleto di Shakespeare. Stoppard aveva preso due personaggi minori della tragedia e aveva stiracchiato il testo shakespeariano facendone emergere gli aspetti ironici, buffi, comici. Il testo teatrale divenne un film nel 1990 - e vinse il Leone d’Oro.

La trama della tragicommedia segue quella dell’Amleto, mantenendo lungo tutta la vicenda il punto di vista di Rosencrantz e Guildenstern. I due amici del principe di Danimarca sono chiamati a corte da un misterioso messaggero. Partono a cavallo, incontrano lungo il cammino la compagnia teatrale che darà spettacolo a Elsinore. Arrivati al castello parlano con Amleto: dovrebbero scoprire che cosa lo affligga, ma sono maldestri e non riescono a strappargli nulla. Attorno a loro si svolge la tragedia alla quale prendono parte solo minimamente: trascorrono il tempo a Elsinore tra giochi e riflessioni esistenziali inconcludenti.

Stoppard affianca due registri differenti, provocando un effetto di straniamento: da una parte Rosencrantz e Guildenstern sono personaggi realistici e ben definiti nelle sfumature psicologiche; dall’altra Amleto e tutta la corte sono caratterizzati da uno stile di recitazione teatrale, dal linguaggio aulico, da costumi e scenografie che rimandano al palcoscenico. Rosencrantz e Guildenstern si muovono con naturalezza dentro e fuori il castello, mentre l’entrata in scena di Amleto e Ofelia, tra le urla scomposte di lei e i movimenti da balletto, sembra una messinscena. Stoppard rappresenta con ironia il teatro classico, e usa gli interstizi per inserire le sue battute demistificanti. Non ha pudori rispetto al testo originale e non teme di usare il linguaggio delle immagini in luogo delle parole. Le telecamere, dirette da Stoppard, si insinuano nei corridoi secondari dai quali i due amici osservano lo svolgersi della tragedia. Il montaggio rivela significati nuovi.

La compagnia teatrale itinerante suggerisce la chiave di lettura dell’intero film: l’insensatezza della morte di Rosencrantz e Guildenstern. La vera tragedia è che Rosencrantz e Guildenstern non sono nessuno. Non solo: la loro morte appare come un effetto collaterale di una macchinazione superiore alla loro volontà.

Da antologia:

  • - Conoscevi già quest’opera?
    - No.
    - Una carneficina: otto cadaveri ed è tutto detto.
    - Ma… sei!
    - Otto. – due impiccati vengono fatti penzolare sul palcoscenico.
    - Cosa sono?
    - Sono morti.

Riferimenti cinematografici

  • Tom Stoppard, Rosencrantz e Guidenstern sono morti, 1990

Sinteticamente:  sofisticato e divertente 8

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