martedì, 22 gennaio 2008

La spina del diavolo: Del Toro scava tra gli incubi infantili

La spina del diavoloVisto che ieri ho fatto riferimento a Del Toro oggi mi è venuta voglia di parlarvi del suo La spina del diavolo. Il film ha inizio quando Carlos (Fernando Tielve), figlio di un partigiano rimasto orfano, viene coattamente affidato ad un orfanotrofio roccaforte dell'antifranchismo. Questo luogo, non troppo lontano dai sibili della guerra civile, sarà teatro di una disavventura dai toni cupi e dall'epilogo tragico. Il punto di vista sono occhi infantili ma non più innocenti. Tra fantasmi e credenze superstiziose, prende forma una malvagità che è tutt'altro che paranormale.
La spina del diavoloMeraviglioso nell'uso della fotografia e nelle abbondanti citazioni, sagace nel creare personaggi tanto ambigui quanto realistici, l'affabulazione visiva di Del Toro è un incantevole mix di innocenza e orrore. Una fiaba gotica imbevuta nella tradizione ispanica del fantastico e nelle suggestioni cinefile e letterarie. Da non perdere.spinaEn passant, forse non tutti sanno che Il labirinto del Fauno e La spina del diavolo sono parte di una trilogia ancora incompiuta che Del Toro ha sviluppato partendo dall'immaginario horror/fantasy e da una sereie di esperienze autobiografiche e familiari.

Riferimenti cinematografici:

  • Guillermo Del Toro, La spina del diavolo, 2001

Sinteticamente:  8 da incubo

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mercoledì, 31 ottobre 2007

I Vicerè: un'insana famiglia allargata

I viceréIeri ho visto in facoltà l’anteprima de I Viceré. Devo fare un piccolo sforzo per togliere Roberto Faenza dalla cornice universitaria e tornare a guardarlo come il regista di un film che mi ha molto commossa da bambina (Jona che visse nella balena) e di un altro che mi ha commossa alcuni anni fa (Prendimi l’anima). Solo liberandomi della mia opinione personale sulla persona, ho potuto indossare il mio sguardo critico.

I Viceré è tratto da uno scomodo romanzo di Federico De Roberto, snobbato dalla critica e dimenticato dalla cultura scolastica. È la saga familiare degli Uzeda, famiglia nobile siciliana di origine spagnola, fondata su rapporti di potere, odio, convenienza. Il film mostra con l’immediatezza delle immagini i temi difficili del libro: una Chiesa corrotta e oziosa, un potere politico basato sul trasformismo, un popolo italiano inconsapevole, una famiglia tradizionale dalla moralità discutibile.

Il film ha molti pregi: ottimi dialoghi (presi, a quanto pare, quasi letteralmente dal romanzo), costumi meravigliosi (non per niente la costumista è Milena Canonero, che ha appena vinto l’Oscar per Marie Antoinette), una fotografia curata nel dettaglio con riferimenti pittorici molto fini (non vi sfuggirà, per esempio, una citazione di questo quadro della scuola caravaggesca). Notevole la performance del siciliano Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi se la cava, convince meno Cristiana Capotondi - che sotto il siciliano posticcio, conserva il suo accento romano. Certo, a volte, il film strizza un po’ troppo l’occhio al Visconti del Gattopardo, valicando la sottile linea tra citazionismo e mancanza di originalità.

Il punto più critico risulta la sceneggiatura che procede a onde corte, portata avanti da piccoli colpi di scena, senza che se ne possa scorgere la fine. Non c’è un climax e gli eventi più tragici non sono ben preparati. Tutti questi aspetti si possono spiegare col fatto che il lungometraggio erano stato concepito come una mini-serie di due puntate: le scelte narrative e ritmiche sono più televisive che cinematografiche.

Riferimenti cinematografici:

  • Roberto Faenza, I Vicerè, 2007

Sinteticamente:  in bilico tra tv e cinema 7

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lunedì, 15 ottobre 2007

Braveheart: un impavido eroe scozzese

BraveheartBraveheart è il secondo film diretto da Mel Gibson, un film epico che racconta la storia di un uomo che con il suo carisma riuscì a risvegliare l'orgoglio scozzese.

William Wallace è stato un patriota tra storia e leggenda. Realmente esistito, le sue vicende si perdono nei racconti eroici scritti secoli dopo la sua morte. Un uomo del popolo, come vuole la tradizione, vissuto seguendo l'ideale della libertà, dell'indipendenza dagli inglesi e dal sistema feudale.

Il film comincia cogliendo il piccolo Wallace nel momento in cui rimane orfano: uno zio lo porta a vivere con sé. Di quel periodo ci è dato di sapere soltanto che il piccolo sarà educato e istruito; al suo ritorno al villaggio al villaggio, tutto quello che vorrebbe è vivere in pace. Ma quando l'esercito inglese uccide sua moglie, lui non può più rifiutare di vestire i panni del guerriero: riprende l'eredità del padre e il valore della libertà e comincia a combattere. Il ritratto di Wallace è morale, quasi agiografico: le sue azioni rivelano i suoi ideali e la sua coscienza cristallina, nonostante il sangue che all'occorrenza fa scorrere. Mel Gibson interpreta il ruolo con passione, è un Wallace muscoloso e affascinante. In qualche caso il regista/attore non resiste a dipingersi con l'iconografia cristiana: umiliato dalla folla e poi in croce, ma sempre coerente e integerrimo. Notevole le interpetazione di Patrick McGoohan nei panni del re e di James Robinson, che interpreta Wallace da piccolo.

Un bel film - e non c'è tanto bisogno che lo dica io, se vinse l'Oscar come miglior film nel '95: non annoia nonostante la lunghezza, in varie scene commuove, meraviglia con i verdi paradisi scozzesi e diverte persino - stupendi Stephen, il soldato irlandese, e Hamish, l’amico d’infanzia di Wallace, nel vestire i ruoli di aiutanti anti-eroici. Studiati molto bene i rapporti tra i personaggi, che attraverso disegni diadici ne rivelano la psicologia: la dinamica tra Robert the Bruce e suo padre, tra la debolezza del primo e il calcolo del secondo; il confronto tra le due donne di Wallace; il rapporto tra il protagonista e Robert the Bruce sugellato da tradimento e pentimento... I dialoghi sono belli ed incisivi, come possono esserlo le parole ispirate a valori saldi. Eppure l'intensità emozionale, non oltrepassa la mia personale barriera e resta diluita nel corso dell'intera visione - ennesima prova della mia insensibilità.

Riferimenti cinematografici

  • Mel Gibson, Braveheart, 1995

Sinteticamente:  avventuroso 7 e 1/2

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martedì, 04 settembre 2007

Pathfinder: non convince

Pathfinder dovrebbe essere un film epico: il racconto di due popoli che hanno combattuto in secoli remoti e di un eroe sospeso tra due mondi. Però qualcosa va storto e la storia non funziona come dovrebbe. Quello che c’è da sapere della trama lo avete già visto nel trailer: i vichinghi sbarcano nell’America precolombiana per colonizzare le coste, ma a combatterli trovano uno di loro, abbandonato bambino durante una spedizione precedente e cresciuto tra i nativi.

Non manca la poesia dei luoghi, tra coste paludose e montagne innevate. Possiamo anche soprassedere sulla carenza di realismo, trattandosi di una leggenda, ma è difficile non sentire il vuoto di suggestioni ed emozioni. E se il leggendario non si avvicina ai sentimenti comuni non è appassionante. Quello che manca è la psicologia dei personaggi, una narrazione che vada al di là dei nudi fatti e che esplori davvero le due culture che andavano scontrandosi.

Ci sono fin troppe trucidazioni e violenze impressionanti e di contro i personaggi sono appena abbozzati. Per esempio, la sete di vendetta del protagonista quando la madre adottiva è uccisa sembra messa lì per consuetudine, perché è esattamente il tipo di spinta motivazionale che ci aspetta dal genere, ma senza profondità. Solo il rifiuto delle origini è rappresentato in modo convincente. I vichinghi, poi, sembrano enormi mostri di ferro senz’anima, muniti di armi letali e cavalli, ma privi di umanità.

Insomma, nel complesso è un caso di occasione sprecata.

Riferimenti cinematografici

Marcus Nispel, Pathfinder – La leggenda del guerriero vichingo, 2006

Sinteticamente: 6 e ½ superficiale

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lunedì, 30 luglio 2007

Il destino di un cavaliere: succede oggi nel Medioevo

Il destino di un cavaliereC’era una volta, in un Medioevo avventuroso e festaiolo, un uomo che ebbe la forza di cambiare il proprio fato: Il destino di un cavaliere è una storia di coraggio e nobiltà d’animo. William (Heath Ledger), figlio di un artigiano, si improvvisa cavaliere senza lignaggio e le sue gesta fanno il giro dell’Europa. In primo piano c'è l'amicizia tra i protagonisti: tre giovani maniscalchi cui si unisce uno scrittore scapestrato che risponde al nome di Geoffrey Chaucer (un agile Paul Bettany). E poi l'amore: un amor cortese sui generis, con una dama bellissima e capricciosa (Shannyn Sossamon), molto poco angelicata, ma in fondo sensibile e idealista.

Sceneggiatura impeccabile, l'eroe è stressato al punto giusto: gli viene concessa qualche tregua nel suo cammino, ma per raggiungere il premio più grande dovrà sudare e ammaccarsi. La regia di ampio respiro, i dialoghi brillanti, il casting azzaccatissimo: tutto contribuisce a fare del secondo film diretto da Brian Helgeland una piccola perla.

Possiamo fermarci qui? Non si può lasciare in ombra la bellissima colonna sonora che trasporta la musica contemporanea nelle atmosfere medievali: i Queen, in apertura, ci restituiscono l'entusiasmo popolare dei tornei di giostra. Nel corso del film David Bowie e Sly and the Family Stone si succederanno con Eric Clapton e Robbie Williams, facendoci vivere non la filologia, ma lo spirito di un tempo. Un tempo in cui i cavalieri si battevano per gioco e le dame regalavano fazzoletti bianchi ai loro prodi. E infine... forse potrei spendere due parole per i costumi: la maggior parte dei personaggi sono vestiti di stracci, ma lei, l'amata, indossa copricapi eccentrici e vestiti sensuali con ampie scollature e ammiccanti trasparenze, che sembrano disegnati da Versace, piuttosto che confezionati da un sarto dei secoli bui.

Le frasi da non dimentiacare (e che potrete piegare alle vostre esigenze):

  • Ah Sir... cosa state facendo?
  • Eh... arranco... avete presente? Il verbo arrancare? Arrancare: il lento faticoso deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l'impulso di, semplicemente, continuare la lotta.

 

  • La bellezza che maledizione, prega che i tuoi anni scorrano rapidi, prega che la tua bellezza svanisca onde tu possa meglio servire il Signore.

 

  • Ma si può fare padre... un uomo può cambiare il corso delle stelle?
  • Sì William, se ha fede sufficiente un uomo può fare tutto.

 

  • Siete stato pesato, siete stato misurato. E siete stato trovato mancante.

 

  • Non sono in vena.
  • Ma io sì... e perché mai ogni desiderio di donna deve piegarsi alle ragioni dell'uomo?

 

  • Ah per sapere chi sei, William, non basta un'intera vita.

Ce ne sarebbero altre... ma mi rendo che magari qualcuno si vuol pure vedere il film, se non l'ha già fatto. Steve, non ti voglio rubare il mestiere, ma questo film era un'enciclopedia di battute... sarà che Helgeland nasce come sceneggiatore?

Riferimenti cinematografici:

  • Brian Helgeland, Il destino di un cavaliere, 2001

Sinteticamente:  un semplice gioiello 8 e 1/2

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